aevĭtas

Questa faccenda del diventare vecchi non mi piace per niente. ” I vecchi, sarebbe meglio ammazzarli da piccoli” diceva la mia nonna che, a 101 anni, ancora dava consigli ai nipoti.  Quindi, corazzata da cotanta saggezza, ho affrontato i passaggi da un decennio all’altro con la leggerezza che amo intravedere anche nelle persone un po’ “lost in translation”. Accuso spesso un eccesso di curiosità e non mi importa se avverto una stanchezza anomala che mi prende dopo pranzo, come un alligatore che ha divorato un bue, anche se mi sono concessa una veloce insalata. Non sarà per caso che la devo smettere di voler avere performance sportive da trentenne?  Se poi la vogliamo dire tutta, i momenti topici si raggiungono quando si entra in qualche negozio in cui la commessa piena di iniziativa, ti propone capi adatti a quella signora anziana che incontri ogni giorno sul pianerottolo e che aiuti con le buste della spesa. Al limite della querela per diffamazione. Sono giunta alla conclusione che parlare di età sia nefasto, avventurarsi nelle pericolosissime pieghe (non ho detto rughe) della mente che “cresce”, sia sconsigliato ai deboli di vita. Cara nonna, se ancora fossi qui, andremmo insieme a mangiarci un gelato, parlando di tua sorella che faceva teatro negli anni ’20 alla scandalosa età di quarant’anni, con il rossetto e i tacchi, nostrana Coco, affascinante eccentrica signora. Ecco da chi vorrei (spero di) aver preso…

Il primo passo verso una sana maturità postuma è la consapevolezza. E cambiare negozio.

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Splash

L’acqua è fresca, ancora molto pulita perché è il primo giorno di apertura delle piscine. Mentre galleggio e guardo il cielo  penso alla sveglia presto per arrivare presto. Ma ora siamo qui, in mezzo al verde delle campagne emiliane, circondati da dolci colline, a mollo  come ragazzini di dieci anni, con gli occhiali che riflettono i raggi del sole e le foglie degli alberi. Allora perché mi pare di avvertire una minaccia? Sarà che ancora non mi sono rilassata del tutto, anche se  ho preso le mie precauzioni: abbiamo prenotato in un zona appartata, dove è vietato l’accesso ai minori di 12 anni. Là in fondo, dietro quel piccolo boschetto intravedo la piscina per i bimbi, con giochi d’acqua e tanto spazio.

Qui invece, la quiete regna sovrana. Gli adulti passeggiano  a piedi nudi sul bordo di legno della piscina, giacciono pigri sui lettini all’ombra di bianche tende e grandi ombrelloni. Quasi tutti leggono, qualcuno dorme, pochi chiacchierano. Noi nuotiamo lentamente, accarezzati dai raggi del sole ascoltando il rumore dell’acqua. Pausa. Che ne dici di un caffè? Why not. Ci avventuriamo verso uno dei bar, quello vicino ad un’altra area, con specchio d’acqua a imitazione caraibi sia per forma sia per colori. Impressionante. Mancano le palme. Siamo in emilia-romagna, meglio i ciliegi. Caffettino niente male ma in bicchierino di plastica, quindi da bere velocissimi per non ingoiare anche un po’ di polietilene. Facciamo una perlustrazione dell’area abbandonando la zona simil-tropico e la moltitudine di gente che si accalca per essere pied dans l’eau. Incontriamo nell’ordine, palestrati unti come spiedini pronti per la griglia, famigliole in pieno sole, con pranzo al sacco in enormi frigo da campo posizionati all’ombra, tutta la serie di emuli di Raul Casadei  e le post Vanna Marchi. Tanti, ma tanti, ma veramente tanti ragazzi e ragazze.

Torniamo alla “base” e, mentre in cuor mio esulto per la scelta fatta, mi pare di sentire dei fischi. E’ il bagnino. Appena superato il ponticello, proprio di fronte ai nostri lettini, quella che era una “zona protetta” aveva nel frattempo subito un attacco alieno. L’acqua bolliva, agitata come in balia di un Hurricane: tuffi a bomba senza pietà. Troppa gente, la migrazione in cerca di frescura aveva riempito anche quest’ultimo angolo.

“La felicità è come un treno senza orario: ne passa uno ogni tanto. Non puoi prevederne l’arrivo, né sapere quando ripartirà.Il tuo compito è andare in stazione.” P. Crepet

E’ stato bello.

Adieu.

 

Snob

Snob.

Ti siedi al tavolino di questo famoso bar di Roma e guardandoti intorno lentamente ti accomodi. Sei così bella, lo sai e sai che ti stanno guardando. Accanto a te, signore e signori più o meno famosi, di mezza età, stanno parlando tra loro e qualcuno lancia una fugace occhiata. I camerieri ti conoscono, non passi inosservata, anzi, direi che sei fin troppo visibile, quasi esagerata. Capelli vaporosi e tacchi alti, una maglietta così attillata da sembrare un tatuaggio. Ma non sei volgare, sicuramente appariscente, eccentrica, ma non ordinaria, indossi solo capi di qualità, abbinati con gusto. Un canuto ex politico si volta e ti fissa senza vergogna mentre tu ordini una coppa di gelato, precisando bene i gusti: cioccolato amaro, crema e marron glacé. Ignori quello sguardo insistente, stai aspettando qualcuno. Ora sì che sono curiosa, ho finito il mio caffè shakerato, sono all’ombra e tira una brezza deliziosa. Ti accendi una sigaretta, più per scena che per vizio, e aspetti. Arriva qualcuno, ma tira dritto. Poi, in un attimo, siamo circondati da un gruppo vociante di ragazzini, insegnanti e camerieri che mi tolgono la visuale. Accidenti, spostatevi, vi volete togliere di torno? Cos’è questo caos improvviso? Non è tollerabile, non in questa piazzetta, non oggi. Passano lenti i minuti, un bulldog inglese si accomoda sotto al mio tavolino per il caldo e comincia a sbavare. Odio questi cani quando sbavano. Una signora di fianco a me cinguetta ” Che dolce!”. Ecco, allora lo tenga sotto il suo di tavolino. Alzo lo sguardo e…lei non c’è più! COME? Non è possibile, la mia curiosità è destinata a restare insoddisfatta, a metà, come il mozzicone di sigaretta che ha lasciato nel portacenere, come il gelato sciolto nella coppa d’acciaio che ora brilla al sole.

E il bulldog continua a sbavare.

Il tubetto di dentifricio

E siamo qui. Ancora una volta. Io, te e il tappo del tubetto di dentifricio. Tutta questa punteggiatura serve come un mantra che mi aiuta a minimizzare quel piccolo moto di stizza che mi prende ogni volta che vedo la pasta biancastra del dentifricio formare arabeschi disegni sul lavabo. L’acqua scorre e anche oggi aspetto. Attendo paziente che tu termini, abbracciandoti alla vita da dietro. Poi tu mi sorridi, mi dai un bacio dolce sulla fronte e te ne vai. E io rimango a  guardarmi allo specchio, prima di spostare il mio sguardo verso il basso, là dove già so che, con insolenza, troverò a fissarmi IL Tappo. Proprio lui, con quella coroncina da sovrano, altezzoso e fermo sull’orlo, ben distante dal SUO tubetto di dentifricio.

Il Tappo è consapevole del suo potere racchiuso in pochi centimetri di plastica, sembra sfidarmi, e io, cavaliere senza corazza  in questa lotta impari, ignorandolo ancora una volta, con fare deciso lo prendo e lo avvito al suo destino. Quante coppie sono state travolte dalla sua infida presenza? Quanti hanno perfino litigato, per colpa sua?

Lo specchio mi rimanda la mia immagine sorridente, con lo spazzolino in mano. Il tubetto di dentifricio ora è al suo posto, innocuo e un po’ emaciato si mostra per quello che è. Buona giornata.

Al posto giusto

Sono al posto giusto, come un cucchiaio nella Nutella.  Deve essere per questo che oggi nessuno regge il mio sguardo o forse sono semplicemente “un tantino fuori”. Sarà che ho pianto molto e ora mi guardo con benevolenza, saggiamente consapevole che non è ancora finita, che altre prove mi attendono proprio là, dietro quell’angolo, camuffate da opportunità e non da scelte obbligate.

Che nessuno oggi mi ripeta slogan faciloni sulla positività, sui colori della vita e la beatitudine del nirvana. Oggi mi sento al posto giusto, la mia mente è in vacanza e rifugge eventi straordinari. Fisso la vetrina di una gelateria e il mio sguardo trapassa la mia immagine riflessa, fino ad arrivare alla ragazza che sta componendo un complicatissimo cono con topping colorati. La mia attenzione è attirata non tanto dalla torre di babele di gelato quanto dalla divisa della ragazza: reggiseno a punta stile Madonna anni ’80.

Puro marketing al gusto variegato amarena.

Già.

Un gelato, è quello che ci vuole per rompere il circolo dei pensieri ruminanti. Forse, se lo mangio in fretta, il freddo congelerà un attimo la mia mente che parla, parla, e non smette. Sono intasata dai pensieri ma non importa, in fondo ai miei pensieri c’è l’entrata alla caverna di Alì Baba, ma non sono sicura che basti dire “apriti sesamo”, non in questo periodo.

” Ok, vorrei  Vipera e Curry”. L’ho detto già che oggi sono al posto giusto?

Dejà vu.

…………

Anche oggi parcheggio al solito posto. Un po’ per scaramanzia, un po’ per che culo! [lat. cūlus], la giornata mi appare subito migliore. Raggiungo la mia squadra e intavoliamo la solita kermesse pre-impegni quotidiani con la bonaria irrisione delle scarpe dei passanti.

Oggi siamo invitati a partecipare al Life Coaching  Un viaggio di esplorazione e di buchiscoperta, lavorando sul cambiamento.  Siamo HiPo (High Potential). Eccola, la vedo in lontananza, arriva Lei, la Coach Professionista.

Maria Laura: “Ma quanti anni ha?” – Paolo:” Carinaaaaa…” – Manuel:” Dovrebbero organizzarli più spesso questi incontri” – IO: non pervenuta.

Siamo seduti da 30 minuti. La mia attenzione sta scemando, forse perché è un dejà vu, forse perché “la professionista che facilita i processi di cambiamento dell’individuo“, sta parlando, parlando, parlando, senza arrivare da nessuna parte. Un po’ come remare in canotto controcorrente. Mi fa quasi tenerezza se non fosse che AVREI DA FARE.

Sfida. Ora parla di Sfida: “…il coach propone metodi, strategie e strumenti, assegna compiti, azioni e cambiamenti per raggiungere lo scopo prefissato…”

Eccoci. Forse ci siamo. A chi tocca fare questo? A chi tocca fare quello? E quell’altro?

“I “vorrei” si trasformeranno in “voglio”! Abbattete le Resistenze personali!”           …………………………………………………………………………………………………….

La mia autostima vuole un caffè. CAFFE’! Il mio Regno per un Caffè, LUNGO! Che ne dici? Non voglio una risposta immediata, ti invito a riflettere.

F.to  HiPo Bibidi Bobidi Bu

Cannato, sballato, scimmiato

Rumore di vetri rotti. Una bottiglia lanciata contro la fontana va in pezzi, un suono acuto che si confonde negli schizzi d’acqua. E’ notte fonda, sono quasi le tre e le voci dei ragazzi sono come versi di animali agitati, persi. Alcuni gridano, altri cantano e ridono, sicuramente qualcuno sta vomitando.

Scosto un po’ la persiana e vedo le loro teste nelle ombre lunghe dei lampioni, una coppia  sta litigando e gli altri sono appoggiati al muro. Hanno bevuto, tanto. Non c’è gioia nelle risate, i discorsi si fanno pesanti e concitati, qualcuno si agita. Una ragazza si sente male, non respira o forse è solo svenuta. Si forma un cerchio intorno a lei, ora è distesa a terra e qualcuno grida aiuto, spaventato.

Luci che si accendono, come tanti occhi che si spalancano nel buio e altre persiane si scostano. Qualcuno ha già avvisato la Polizia perché arriva subito una volante e dopo poco un’ambulanza. Caricano la ragazza e partono. Restano due poliziotti e il gruppo di ragazzi che cominciano a svuotare le tasche, qualcuno piange, uno sta telefonando. I poliziotti prendono i documenti, fanno domande, guardano le bottiglie a terra.

Sul muro di fronte il lampeggiante proietta figure aliene che si muovono tra i gerani appesi ai  balconi, incorniciate dall’edera e dalle crepe. Un film, muto.

 

Ti insulto, ma con garbo

” Non sta recitando, no? Lei è davvero così sgradevole? ”  Anche oggi purtroppo ho incrociato un modello base di essere umano, dotato solo di un corpo in movimento, senza grazia e sensibilità.

Sono certa di non essere la sola a incappare in esemplari maleducati, spesso corredati da ogni tipo di gadget anche se li vedrei bene solo con una clava. Sarà un Virus? Una forma infettante che, come un programma pirata, altera i comportamenti degli umani? Siamo sotto attacco del parassita arrogante?

Altrimenti non si spiega perché entri in certi negozi sorridente, salutando, e vieni accolta dalla mummia Ötzi, un po’ seccata, che biascicante ti chiede “lapossoaiutare?”  Mi verrebbe da rispondere NO, per favore LEI NO.

Quando poi ignorano o offendono gli anziani, allora il CAPITAN HARLOCK che è in me splende di luce propria, disposto a memorabili duelli dialettici per arginare gli alieni ignoranti.

Difficile difendersi, impossibile ignorare,quindi mi rendo conto di poter apparire snob, ma ACCANTO (a me) è un posto per pochi.

Scrivendo sul WEB…

C’è FAME di lavoro. Mi è capitato di leggere questo annuncio:

Cerchiamo articolisti e blogger per stesura articoli su prodotti moda da pubblicare sul blog di un e-commerce. Cerchiamo amanti della scrittura e della moda, che scrivano da casa e inviino i loro articoli per la pubblicazione. Non è prevista retribuzione. Contattateci se interessati.”

Mi ha riportato agli anni ’90, quando a Roma, agli inizi, scrivevo GRATIS per una agenzia di stampa con succursale a New York. Stavo facendo praticantato, volevo prepararmi all’esame da pubblicista ed ero grata, felice direi, di questa opportunità.

Ricordo ore in fila per accedere a conferenze stampa ed eventi. Sì, ricordo bene le scarpe piene di piedi per il troppo camminare, lo stomaco aggrovigliato per la sete e gli assalti ai buffet da parte dei mostri sacri accreditati, gli unici a rientrare alla base con i gadget, i libri e gli inviti alle serate. Alcuni, già famosi scribacchini, erano davvero un pessimo esempio di etica professionale, ma avevano la coscienza pulita. Mai usata.

Prima di riuscire a pubblicare un articoletto di costume retribuito  e firmato col mio acronimo, è passato davvero molto tempo e molte nottate in tipografia a correggere le bozze. Rientravo a casa alle tre di notte, seguita dagli sguardi di disapprovazione del tassista di turno.

Tornando all’annuncio…

…se qualcuno vuole diventare giornalista pubblicista scrivendo sul WEB, lo invito a informarsi BENE prima.@–@

Il modo migliore di imporre un’idea a qualcuno, è fargli credere che sia sua (A.Daudet)

Guanti di velluto

E’ domenica. Una domenica piovosa di maggio, i colori degli alberi, delle case sembrano sfuocati e mi sono vestita come a novembre. Caldo a parte, sono felice di essere seduta in un caffè semi-deserto, con una mia amica, di quelle con la A maiuscola. Momenti preziosi e felici come una cucchiaiata di cioccolata calda con panna.

 

La mia amica è una donna-alfa, suo malgrado. La donna-alfa, come l’uomo-alfa,  possiede un carisma naturale, ma in più è dotata di svariate attitudini. Mi riferisco a capacità artistiche, manualità sorprendente, sensibilità a doppio senso, indole da leader con guanto di velluto, anzi guanti, due (lo stile innanzitutto.)

Niente a che vedere col “talento naturale allo stiro e alle faccende domestiche”, riconosciuto a tutte. Come un master.

Che altro? Se tralasciamo l’invidia verde acido che ogni donna-alfa suscita indistintamente in uomini e donne standard, direi che rimane l’aura brillante che la avvolge.

Ecco, la guardo e sorrido. Chi ha carattere fa rumore. Anche in silenzio.

Occhio, il mondo pullula di fake. 

Avere naso (anche se chiuso)

Cos’è che ci avvisa dell’arrivo della primavera? Lo starnuto. Una fisiologica e naturale conseguenza respiratoria che fa da colonna sonora al vento tiepido di questa meravigliosa stagione. Raffreddori tardivi a parte, le riniti causate dai pollini sono una vera tragedia per chi ne soffre e una tortura per chi frequenta questi ultimi, io nella fattispecie.

Non si può nemmeno pensare di godersi una passeggiata in un ombroso boschetto, non è concesso spalancare le finestre, frequentare parchi, uscire in caso di forte vento e mi sto trasformando in Barbie-contadina a forza di tagliare l’erba, raccogliere foglie, eliminare erbacce.

PARE che, in questo periodo dell’anno, si debba evitare anche di asciugare i panni all’esterno. Un’ode all’asciugatrice.

Lamenti a parte, solo chi convive con tali problemi sa che ha da passà questo periodo e non si scandalizza di fronte a nasi rosso porpora, gocciolanti e perennemente tappati. A questo proposito, dedicherei un particolare encomio agli inventori dei fazzoletti di carta, specie se riciclata, sinonimo di progresso evolutivo. I meravigliosi fazzoletti in stoffa, i mouchoirs adorabili, morbidi e profumati, non reggerebbero questi attacchi.

Volendo (anche no) affrontare il penoso argomento dell’educazione dei soffiatori compulsivi nei luoghi pubblici, la mia lunga esperienza in materia potrebbe tradursi in un utile pamphlet da autodifesa:

  1. non avere paura, sei solo nel posto sbagliato al momento sbagliato
  2. il soffiatore non lo fa apposta
  3. cerca un giapponese raffreddato e fatti prestare una mascherina (lui non capirà ma non importa)
  4.  prima che starnutisca, a scelta, puoi effettuare una torsione del busto di 90 gradi o frapporre il vicino tra te e il soffiatore

Insomma, sopravvivere al periodo delle Gimnosperme e Angiosperme, cioè al trasferimento di polline dalle antere di un fiore allo stigma dello stesso fiore o di un altro fiore (cit.Treccani)… SI PUO’ FARE!